Fondamentali: dal karate alla programmazione, senza basi ti fermi
Quando ho iniziato il karate, la prima cosa che ho imparato non era una tecnica: era la fila. Tutti in linea, pugni e calci ripetuti, un istruttore che controlla ogni movimento. In giapponese questi fondamentali si chiamano kihon.
Il fondamentale non è statico
La cosa che mi piace del kihon è che non è un esercizio da principianti da abbandonare appena si sale di livello. Una cintura bianca e una cintura nera fanno lo stesso pugno, lo stesso calcio. Cambia la precisione, la potenza, la consapevolezza del corpo. Il fondamentale cresce con te, dal kihon ai kata, fino al kumite.
Lo vedo anche nel taiko: tempo, posizione, velocità. Le stesse tre cose che un principiante sbaglia e un maestro padroneggia, lavorandoci sopra per una vita.
Le fondamenta di una casa
Provate a costruire una casa senza fondamenta e guardate cosa succede dopo qualche anno. Con lo studio è uguale: senza basi solide arrivi fino a un certo punto, e quella soglia non la superi. Puoi essere bravo di kata, discreto di kumite, ma se il kihon non c’è, prima o poi si vede.
Dall’assembler a oggi
Lo stesso vale per la programmazione. Io sono partito da matematica, fisica, processori e assembler: roba che oggi sembra lontanissima da un framework o da un prompt scritto a un agente AI, ma che mi ha dato un soffitto molto più alto di chi parte già dal livello “alto”. Quando qualcosa si rompe sotto, sapere cosa c’è sotto fa la differenza.
Anche i fondamentali annoiano
Lo ammetto: i fondamentali spesso mi annoiano. Ripetere lo stesso pugno per la centesima volta, o lo stesso esercizio di base in codice, non è la parte divertente. La mia ricetta è fare un po’ di tutto: le basi, le forme in un ambiente controllato, e poi il confronto con la realtà. Che in programmazione si chiama produzione. La magica produzione.
In quale ambito avete studiato i fondamentali, voi? Ditemelo nei commenti del video.